giugno 2013

Tombola Vivente  N.  3  del  26  dicembre  2012
Commenti ed esemplificazioni riguardanti i detti e i proverbi di cui sopra
di Lillo Pacelli

 

Anche quest’anno, tra detti e proverbi, ne abbiamo trovati altri 90, perciò ariècchime. Ma quest’ultima parolina, tanto siamo in tema, mi riporta alla mente un altro detto che potrebbe essere il primo per il prossimo anno: “Ariècchime! E troppe vorde riècchimeraio!” Traduco per i non proprio Vignanellesi: “Eccomi di nuovo! E troppe volte ancora, speriamo, ritornerò!”
90 per 3 = 270. Mi sembra impossibile che ne abbiamo messi insieme così tanti. Però così è.

Commentiamo ora quelli di quest’anno, esemplifichiamoli ed auguriamoci buon lavoro, fin da ora, per il prossimo anno. Se vogliamo continuare, sarebbe però opportuno che arrivassero i suggerimenti e la collaborazione anche di altri Vignanellesi, dai più giovani, che potrebbero essere i “portavoce”, ai più grandi che potrebbero essere “la voce”.

N.   1     S’è ritirato comme nu bearello.
Quella persona o quell’oggetto, si è dimagrito o si è rimpiccolito proprio come si accorcia e si raggrinzisce nu bbéarèllo dopo che è stato cotto.

I’ bbéarèllo, per noi vignanellesi, è una specialità della nostra tradizione culinaria. E’ un tratto dell’intestino del maiale, trattato, condito, essiccato in un modo che sarebbe un po’ lungo scrivere, ma è tanto buono da mangiare. Ha un difetto però: ne metti a cuocere un pezzo lungo un palmo, se tutto ti va bene, te ne rimane un pezzetto di una decina di centimetri.

N.   2     L’amore passe, i ffilagni restono
L’amore passa, può finire, ma i filari di viti, e la possidenza in genere, rimangono.

Sono parole di tanti anni fa, quando una persona era valutata quasi unicamente in base alla quantità ed alla lunghezza dei filagni di viti che possedeva. Spesso era ciò che talvolta i genitori dicevano, a mo’ di consiglio, a qualche loro figlio o figlia che, dovendosi fidanzare pensando ad un futuro matrimonio, non era del tutto entusiasta del passo che stava facendo, perché magari avrebbe preferito un partner di maggior gradimento, pur senza tanta robba, piuttosto che un buon partito ma non troppo ben accetto.

N.   3     Quello è roscio comme nu jammero.
Quella persona è rossa come un gambero(cotto).

Il detto, il più delle volte, non era riferito a persona che avesse capelli o carnagione rossiccia, ma a chi, in qualche situazione particolare o momentanea, diventava rosso per la vergogna, per la timidezza, per la rabbia o proprio l’ira, tanto da diventare rosso come un gambero dopo che è stato fritto e tirato fuori dall’olio bollente.

N.   4     Fiore de fico, quello che sento dico
Fiore di fico, ciò che ho sentito dire, adesso io dico.

E’ uno dei tanti fiori che venivano scomodati, a volte creati ed utilizzati per fare la rima con il secondo verso degli stornelli, molto spesso dispettosi scanzonati ed allusivi. In questo, il nostro stornellatore vuol significare che, ciò che ha detto o dirà cantando, non è ciò che lui pensa, ma quello che sente dire dagli altri, da ‘a gente.

N.   5     Sa fa’ tutte ‘e cantate comme i’ chjù.
Quella persona ha una parlantina molto diversificata proprio come il canto del chjù.

Il chjù, meglio conosciuto come l’assiolo, è un rapace notturno che emette il suo canto, un po’ variegato, durante le notti. In questo detto viene usato come termine di paragone con una persona che nel parlare sa ben usare parole e modulazioni della voce in toni che vanno dal serio, allo scherzoso, al triste e così via.

N.   6     Quest’anno jè arda ‘a Pasqua!
Quest’anno la Pasqua è alta perche cade negli ultimi giorni di Aprile.

Sembrerà strano, ma il giorno della ricorrenza della Pasqua, che nel detto è alta, è del tutto insignificante. Il fatto che sia alta, ma poteva essere anche bassa cioè in Marzo, non fa succedere assolutamente nulla. Quest’anno jè arda ‘a Pasqua, è una frase, come un’altra qualsiasi, per interrompere una chiacchierata troppo lunga e monotona dell’interlocutore del nostro dicitore. Questo, non potendone più, vuol cambiar discorso, interrompendone uno lungo e noioso non affatto piacevole e gradito.

N.   7     Si nun sa’ fa, ‘n facessi!
Se non sei in grado di far qualcosa, non la fare!

E’ la constatazione di chi parla osservando qualcuno compiere un’azione, un lavoro o una piccola attività che non riesce a portare a termine perché non ne è capace. Pertanto gli consiglia, anche in modo spicciolo e pure un po’ risentito, di non continuare a farla.

N.   8     Stavorda mettemo ‘a chiave sotto ‘a porta.
Stavolta mettiamo, o metteremo, la chiave sotto la porta.

L’espressione ha un tono triste, sconsolato e quasi rassegnato. Chi lo dice è implicato in una situazione complicata e dall’esito molto prevedibilmente negativo, insieme ad un suo compagno di sventura. Per loro le cose non vanno bene, anzi, vanno piuttosto male e tendono al peggio. Mettere la chiave sotto la porta, nel gergo paesano, significa essere giunti alla conclusione disastrosa di una impresa, al suo fallimento, alla fine peggiore che ci si poteva augurare: alla bancarotta.

N.   9     Fior de finocchjo, nu mme lo nnegà, ché te ci ho visto, a fa’ dindirindella sopre i’ cocchjo!
Fior di finocchio, non me lo negare, poiché ti ci ho visto/a, a fare dei giochetti  lassù in quel posticino un po’ appartato del giardino del Castello.

Ecco un altro fiore che si prende a prestito per la rima in uno stornello un po’ dispettoso ed allusivo. Chi lo canta, apostrofa il suo o la sua partner, facendogli intendere di essere stato testimone di una sua scappatella insieme a qualcuno. Fare dindirindèlla, da noi, significa giocare sull’altalena a spingere o ad essere spinti, quindi divertirsi in compagnia. Il cocchjo, poi, è una parte del Giardino all’italiana annesso al Castello Ruspoli, tutto boscoso e fitto che favorisce l’intimità.

N.  10    A un parmo da i’cculo mio, facete quello che ve pare
Ad un palmo di distanza dalla mia persona fate ciò che volete, sia di bello che di brutto.

Chi lo dice è una persona che non vuol essere tirato in ballo e lo dice chiaramente a chi gli sta vicino, facendogli intendere che non gli interessa affatto come si comporterà in qualche sua situazione particolare, purché egli non sia in qualche modo chiamato in causa,

N.  11    Tocche fa’ i’ ppasso comme è lunga ‘a cianca.
Bisogna fare il passo a seconda di quanto è lunga la gamba.

E’ questo un proverbio che si trova cucinato un po’ in tutte le salse ed in tutte le trattorie. Esso è chiaramente un detto da benpensanti, di quelli una volta definiti: co’ ‘a capoccia sopre ‘e spalle. Ci consiglia insomma di valutare le nostre capacità e possibilità, prima di avventurarci in un’impresa, onde evitare spiacevoli conclusioni.

N.  12    ‘I stracci vanno sempre per aria
Gli stracci , in tutte le situazioni, sono sempre quelli che hanno la peggio.

Nel detto, gli stracci, stanno a significare le persone più deboli, indifese e derelitte della società. La locuzione “vanno per aria”, è un’amara constatazione, perché in una disputa, in una situazione critica di qualsiasi genere sono sempre quelli che di più ne vengono a soffrire.

N.  13    Quello è ruzzo comme l’occhjo ‘e i’ zzappone.
Quella persona è rozza, arrugginita come lo è l’occhio di una zappa grande.

L’aggettivo ruzzo, più propriamente, significa coperto di incrostazioni come fango e ruggine. In una zappa, l’occhio è l’anello, un po’ schiacciato quasi ovale, nel quale è infilato il manico. E proprio questo è la parte della zappa sempre coperta di fango, ruggine ed umidità, mentre la lama che lavora il terreno e da esso è levigata, è sempre pulita e lucente.

N.  14    Decchì se bbatte ‘a fame co’ ‘e pèrtiche!
Qui, quest’anno, da come si sono messe le cose, faremo la fame!

Era l’espressione realistica e sconsolata degli ambienti contadini del nostro paese quando al termine di una stagione agricola molto inclemente, si era prodotto un raccolto scarsissimo. Prevedendo un futuro in cui la carestia la avrebbe fatta da padrone, il pensiero va alle pertiche, i lunghi bastoni con i quali si sarebbero dovute battere le messi prima di portarle nel granaio, pertiche che, in senso figurato, per quell’anno, sarebbero servite invece per battere l’abbondante fame.

N.  15    Tempo di carestia, pane di veccia.
Quando il raccolto di grano è scarso, bisogna accontentarsi di quello impastato con la farina ricavata macinando la veccia.

Ci si presenta ancora un detto che tiene sempre in primo piano la realtà agricola del nostro paese, legata quasi unicamente al raccolto dei campi. Evidentemente, nell’annata cui fa riferimento il detto, la raccolta del grano è stata scarsissima e, per impastare il pane, si sarebbe dovuto macinare la veccia. Questa è un legume selvatico simile alla cicerchia ed alla lenticchia, che cresce spontaneamente nei terreni incolti e lungo i bordi delle strade. E’ di infima, quasi nulla, proprietà nutritiva, di scarso sapore e, per giunta in natura, se ne trova pochissima.

N.  16    Stavorda ‘nnamo fora co’ ll’accuso.
Questa volta vinceremo la partita a carte, andando oltre il limite dei 150 punti, con i punti messi insieme con l’accuso.

E’ un’espressione presa a prestito da un gioco a carte, con quelle napoletane (denari, coppe, spade e bastoni), in cui vince il giocatore che per primo raggiunge i 150 punti. In questo gioco i punti totali a disposizione dei due giocatori per ogni mano o “manche” sono 120. Perché uno dei due giocatori raggiunga o superi i 150 punti necessari per vincere la partita, di solito occorre giocare due o tre mani. Però se un giocatore accusa, cioè riesce a combinare, con le carte che ha in mano, uno o più abbinamenti di cavallo e re, dello stesso seme, ognuna di queste coppie gli vale 20 punti in più che vanno ad aggiungersi ai punti totalizzati con le carte già da lui giocate e vinte. Per cui, andare fuori con l’accuso, significa vincere la partita in anticipo, alla grande. Nel gergo paesano però, il significato dei detti è usato spesso nel senso opposto. Per chi parla nel detto la vittoria che viene sbandierata alla grande, è in realtà una sonora sconfitta, che trasferita alla nostra, ormai nota, economia contadina, faceva presagire un futuro poco allegro, un’annata, ancora, di sacrifici.

N.  17    Stemio zsitti comme l’oglio.
Stavamo fermi e in silenzio proprio come l’olio, che pure se è versato, non fa alcun rumore.

Chi fa l’affermazione si è trovato, insieme ad altre persone, in una situazione in cui era necessario ed opportuno non parlare né fare alcun rumore, proprio come fa l’olio che scende denso, liscio e silenzioso quando viene versato.

N.  18    Ha’ da lascià sempre l’enicio.
Tu hai la pessima abitudine di lasciare sempre, in qualche lavoro che stai eseguendo, qualcosa di incompiuto o, riferito ai pasti, un piccolo avanzo di cibo nel piatto.

Nel nostro dialetto è chiamato enicio, un sasso bianco e levigato trovato in mezzo alla ghiaia, simile nella forma e nel colore ad un uovo di gallina, che le contadine mettevano a mo’ di esca nel nido di paglia in cui le galline dovevano abituarsi a deporre le uova e lo lasciavano sempre lì quasi come invito. Invece l’enicio, riferito a quando si sta a tavola, sta a significare un piccolo avanzo di cibo lasciato nel piatto ad ogni portata, da qualche commensale che ha questa strana abitudine.

N.  19    “Quanto ha’ fatto a roncà i’ llino?”, “Quanto da ‘a mella a i’ persichino!”
“Quanto terreno hai lavorato strappando le piante di lino?”, “Quanto ce n’è tra la pianta di mele e quella piccola delle pesche!”

Roncare è l’abbreviazione di stroncare, estirpare dal terreno. Il lino, come le fave, i fagioli ed altre piante, al termine del loro ciclo vitale, per essere utilizzate e pronte all’uso, debbono essere prima estirpate dal terreno per poter essere lavorate. Nel nostro detto, una persona domanda ad un suo amico, su quanto terreno ha estirpato il lino durante la giornata di lavoro. La risposta che riceve, apparentemente, è precisa: da lì a lì, tra quelle due piante. In verità gli ha detto un bel niente, perché il suo amico non conoscendo il terreno nel quale lui è stato a lavorare, non sa nemmeno quanto distano tra loro le due piante.

N.  20    La fa’ lunga quanto ‘a cacata ‘e Macedonio.
La fai lunga (una chiacchierata o qualsiasi altra azione), quanto il tempo che impiegò Macedonio per andare a fare un suo bisogno corporale.

Si racconta da noi, che una volta, anzi più volte, un certo contadino di nome Macedonio, andando a lavorare in opera, quando si sentiva stanco, per riposarsi un po’, con la scusa di dover andare a fare un urgente bisogno corporale, si appartava dagli altri e tornava al lavoro dopo un certo tempo abbastanza lungo e ritenuto da tutti eccessivo alla bisogna. Con il passare degli anni, tramandandosi quegli episodi, quel lasso di tempo eccessivamente lungo, è diventato simbolo di estrema lungaggine nel parlare o nel portare a termine qualsiasi lavoro.

N.  21    Quanno ho pensato pe’ i’ cculo mio, de quello dell’addri nu mme ne curo
Quando ho pensato per gli affari miei, delle faccende degli altri non me ne importa nulla.

E’ quanto pensa e dice una persona che è eccessivamente egoista poiché pensa unicamente ai suoi interessi e non guarda ciò che avviene intorno a lui, accada quel che accada.

N.  22    Cammina pesciarò si n’ te rincresce, si nun cammini tu, cammine i’ ppesce
Cammina pescatore-venditore di pesce, se non ti affretti tu, cammina (si guasta) il pesce.

E’ un invito ad un pescatore-venditore di pesce a camminare, a far presto ad andare al mercato, altrimenti cammina (nel senso di: si guasta) il pesce, poiché è un alimento alquanto deperibile. In genere però il proverbio viene usato in senso molto lato, soprattutto per stimolare qualcuno a non attardarsi troppo nel portare a termine un lavoro iniziato, magari da tanto tempo.

N.  23    Semo ‘rivati da ‘a mella.
Siamo giunti,a lavorare il terreno, vicino alla pianta di mele

Per capire fino in fondo il senso del proverbio, bisogna fare una premessa. Fino ad una sessantina di anni fa, tutte le campagne di Vignanello erano piantate quasi esclusivamente a vigneti. In ogni appezzamento, in ogni filare, c’erano piantate sparse qua e là, oltre alle numerosissime viti, decine di piante da frutta: meli, peri, peschi, ciliegi, fichi, ecc. Si racconta che una volta un ricco proprietario terriero, in sua assenza, mandò alcuni operai a vangare in un suo vigneto molto esteso. Quando a sera gli operai andarono a chiedergli la paga per il lavoro svolto nella giornata, il padrone chiese loro in quale punto del terreno erano giunti a lavorare. Uno di loro gli rispose:Semo ‘rivati da ‘a mella! Il padrone pagò loro la giornata, pur non potendosi rendere conto di quanto terreno avessero lavorato perché nel suo terreno, le piante di mele ce n’erano qua e là sparse tantissime. Per cui ancor oggi, citare il detto vuol significare in modo molto, ma molto approssimativo, a qual punto si è giunti con un certo lavoro.

N.  24    Quello è jotto comme ‘e mice prene
Quella persona è ghiotta come le gatte incinte.

Nel modo di pensare popolare, i gatti sono per antonomasia tutti abbastanza ghiotti. Perciò essere paragonati ad essi , in quanto alla golosità, è proprio il massimo. Da ultimo essere paragonati a delle gatte, addirittura incinte, con tutto ciò che ne consegue in fatto di voglie, è tutto dire

N.  25    E’ Natale, famme ‘a mancia si te pare.
E’ Natale, fammi la mancia se lo ritieni opportuno.

Per Natale, a Vignanello, da sempre, i genitori, i nonni, gli zii e i compari, danno la mancia ai loro figli, nipoti o comparucci . Il detto veniva cantilenato dai bambini ai “grandi”, sempre in tono scherzoso e spesso con una piccola aggiunta, anch’essa recitata sorridendo: e se nu me la vòi fa’, nun te chiamo più papà / nonno / zio / compare.

N.  26    Emo chiuso ‘a stalla mo che so’ scappati i bboi
Abbiamo chiuso la stalla ora che sono scappati i buoi.

E’ l’amara constatazione di chi pur avendo intuito la precauzione da prendere per eliminare un certo inconveniente, si accorge che ora è del tutto inutile ricorrere a quella soluzione, poiché il danno che si temeva che accadesse, ormai è già accaduto.

N.  27    Si ‘éa mozzicato ‘a sinna ‘e ‘a madre, nun ‘éa fatto un zsòrdo ‘e danno!
Se avesse morso il seno di sua madre, lei non lo avrebbe allattato e, morendo, non avrebbe causato un soldo di danno.

E’ un brutto ed orribile giro di parole, certo un po’ crudo, per dire che un individuo se non fosse venuto e cresciuto al mondo, sarebbe stato meglio per sé e per gli altri suoi simili.

N.  28    Quello ci ha ‘a casa nera comme ‘a Madonna ‘e Loreto.
Quella persona ha la casa con le pareti interne nere come il volto della Madonna di Loreto.

Quella persona ha poca cura della propria casa, tanto che è malridotta ed ha le pareti nere per il fumo del camino e per l’incuria, dello stesso colore del volto della Madonna di Loreto.

N.  29    E che è, ‘a casa ‘e Bacano éh!
Ma questa, o questo posto, in cui ci troviamo, che è come la casa di Bacano?

Il detto viene utilizzato per denotare un’abitazione in cui non si trova nulla, nemmeno le cose più essenziali. Non ci è dato sapere chi fosse il Bacano tirato in ballo dal detto, ma possiamo supporre che non era così abbiente.

N.  30    Ci ho ‘na fame che ‘bbaio.
Ho tanta fame come un cane che abbaia, proprio per la fame.

Spesso si sente dire che cani e lupi quando sono da troppo tempo digiuni, abbaiano per la fame. Il soggetto del nostro detto, evidentemente, chissà per qual motivo, ne ha talmente tanta da abbaiare proprio come loro.

N.  31    I’ ccompare co’ ‘a commare, fanno quello che glie pare.
Il compare (il padrino) e la comare (la madrina), fanno e disfanno come vogliono.

Il compare e la comare, oltre ad essere per i bambini i padrini del battesimo e della cresima, nel comune parlare della “gente”, intesa questa come “voce del popolo”, raffigurano due persone che quando operano in combutta tra loro, sono poco raccomandabili. Noi, tanto per restare entro i personaggi più noti della nostra letteratura infantile, li identifichiamo con il Gatto e la Volpe che mettono insieme i loro subdoli consigli per gabbare l’ingenuo Pinocchio. Quindi senza andare a ricercare nella letteratura più elevata di grado, ci fermiamo ad un livello un po’ più in basso, cioè alla nostrana scena politica, attualmente discesa ad un livello di degrado morale ed istituzionale veramente infimo, che ci fornisce, specialmente in questi ultimi tempi, un vastissimo e multicolore campionario di Gatti mammoni e di Volpi astutissime, che tranquillamente e con molta faccia tosta, in barba a tutti noi, la fanno da padroni.

N.  32    I’ lletto è rosa, chi ce va sopre, pure si ‘n dorme se riposa.
Il letto è di color rosa, chi ci si sdraia sopra, anche se non si addormenta, almeno si riposa.

E’ questo un detto, o proverbio, o consiglio che ho sentito tante volte, da bambino, declamare da mia nonna Maria Buzi (1878-1961), quando qualche contadino tornando stanco dalla campagna, si fermava a parlare con lei, davanti a casa sua, nell’assolato spiazzo de’ ‘e Croci.

N.  33    Fiore d’ornèllo, si mme dà da magnà, tengo pe’ quello.
Io sto dalla parte di chi mi dà da vivere.

Anche questa volta, per trovare la rima alla stornellata, si è scomodato un altro fiore un po’ strano. La rima c’è, il resto è un po’ opinabile, però riempie la pancia al cantore, cosa di non poco conto, in specie molti anni fa quando, mi pare di averlo già riscritto, avé’ i’ ccorpo pieno, non era cosa di poco conto e non guastava.

N.  34    Chi bene chiude, bene apre.
Chi prende le precauzioni adatte non ha sorprese sgradite.

Il proprietario di questa porta, ben chiusa prima di uscire, non dovrà rammaricarsi quando tornerà a casa, perché troverà tutto come lo ha lasciato, salvo brutte sorprese, speriamo.

N.  35    Si nu scappe ‘a Precissione ‘e Cristo Morto, va male tutto i’ riccorto.
Se il Venerdì Santo, non si può fare, quindi non esce la processione del Cristo Morto perché il tempo è brutto, va male tutto il raccolto dei campi.

Non è raro che la Settimana Santa abbia le giornate più brutte dell’inizio della primavera e questo evento spesso ricorrente è stato ben notato fin dalle nostre generazioni trapassate, tanto da dedicare ad esse questo proverbio. La realtà è che la Settimana Santa, e la Processione del Venerdì Santo, cadono tra marzo ed aprile, ma di più in aprile, ed è questo un periodo cruciale e decisivo per la crescita e lo sviluppo delle spighe del grano e di tante altre colture. Pertanto se il tempo è inclemente, soprattutto con vento, pioggia e temporali e giornate fredde, il raccolto futuro ne risente negativamente e ne rimane pregiudicato.

N.  36    I’ ppeggio sordo è quello che nu vo’ sentì.
Il peggior sordo è quello che pur avendo un buon udito, non vuole o fa finta di non sentire.

E’ un proverbio che non ha bisogno di alcuna esemplificazione.

N.  37    Fior de vanija, quello che ha fatto ‘a madre fa ‘a fija.
Fior di vaniglia, tale la madre, tale la figlia.

Altro fiore, altra rima, altra realtà che però, fortunatamente, talvolta sarà smentita dai fatti, almeno auguriamocelo.

N.  38    Fa più ‘na botta de mazza che cento de martello.
E’ più efficace un unico colpo di mazza che cento colpi, pur continuativi, di martello.

Molto spesso, negli ambiti più disparati, è più valido un drastico rimedio che tanti, piccoli, se pur continuati. Gli fa da contrasto però il motto latino; “Gutta cavat lapidem”, cioè: la goccia scava la pietra. Come la mettiamo?

N.  39    Quello nun sa né parlà né sta’ zitto.
Quella persona sbaglia sempre, sia che parli sia che stia in silenzio.

Evidentemente è un individuo che quando parla, lo fa a sproposito, mentre quando rimane in silenzio, sarebbe invece bene che si facesse sentire.

N.  40    Si nu sti bbono, te do nu stiaffo e te faccio scappà un boccale ‘e sangue.
Se non la smetti di dar fastidio, ti do uno schiaffo e ti faccio uscire un boccale di sangue.

Purtroppo tra i tanti detti paesani, anni fa, si sentiva urlare, anche se raramente , queste non belle espressioni. Ne prendiamo atto, ma augurandoci sentitamente di non doverle ascoltare più.

N.  41    Pe’ bbono nu’ mme piglià, pe’ gattio nu’ mme lascià.
Non mi prendere per buono e non mi lasciare perché cattivo.

Questo detto l’ho sentito dire più volte dai più grandi di me quando una coppia di fidanzati si sposavano. E’ accaduto infatti che due fidanzati che prima di sposarsi, anche a detta dei “loro”, erano uno meglio dell’altro sotto ogni punto di vista, dopo il matrimonio uno dei due “faceva una brutta riuscita”. All’opposto, altre volte, due fidanzati che per colpa sempre di uno dei due spesso bisticciavano o si lasciavano per qualche tempo, dopo il matrimonio, quello che prima era i’ ggattio, quello che causava le liti, alla resa dei conti si rivelava il migliore dei due.

N.  42    Si comme’a sora Costanza, nun ci ha né culo né petto né panza.
Sei come la signora Costanza che non ha proprio in fisico da Miss.

Tali apprezzamenti poco gratificanti, sono rivolti, anche se in tono un po’scherzoso, ad una donna non eccessivamente formosa, ma forse anche poco brillante dal punto di vista intellettuale.

N.  43    Vaglie a fa’ bbene da i’ pporco.
Vai a far del bene ad un maiale.

Come tante altre bestie, il maiale è una di quelle che non apprezzano tante gentilezze o riguardi, per cui ci si rimane male dopo aver cercato di fargli del bene.

N.  44    Pe’ piove e pe’ cacà nun tocche Dio pregà.
Per desiderare la pioggia o per i bisogni corporali, non si deve scomodare Dio.

Per entrambe le richieste, anche se a volte sarebbe augurabile che fossero esaudite, è superfluo ed esagerato richiedere l’intervento di Dio, poiché è la natura stessa che le fa accadere.

N.  45    Predicato’ che predichi l’Avvento, nun predica’ per me ché perdi tempo.
Predicatore che predichi in chiesa durante il periodo dell’Avvento, non predicare per me tanto non vengo a sentire le tue parole.

Questo è il senso letterale del detto, ma da noi era usato in tutt’altre occasioni,Principalmente quando qualcuno, notoriamente non molto stimato o che non godeva buona fama, tuttavia, anche se metaforicamente, saliva su un pulpito e catechizzava gli altri invitandoli, quando era lui l’ultimo, a credere o mettere in pratica le belle e buone cose che auspicava facessero gli altri.

N.  46    Vedi eh! I’ bue gliè dice cornuto dall’asino.
Guarda che cosa strana: il bue con quelle sue belle corna, dice “cornuto” all’asino.

E’ proprio il colmo: quando chi ha un difetto o non è in grado di fare qualcosa, attribuisce queste sue manchevolezze a qualcun altro che, magari, pur non manifestandolo sfacciatamente per modestia, è molto migliore di lui.

N.  47    Coste più i’ ccartoccio che i’ ppepe .
Costa di più l’involucro per contenerlo che il pepe che vi è contenuto.

E’ ciò che si dice quando per ottenere un certo risultato di scarso e quasi insignificante valore, si deve compiere un lavoro esagerato. E’ come dire: Il gioco non vale la candela, oppure: E’ più ‘a spesa che l’impresa.

N.  48    Quello nun sa di’ né ire né òre.
Quella persona non è in grado di parlare in modo accettabile e comprensibile.

Anche questo detto, come altri, esprime un concetto già trattato, come : Nun sa né parlà né sta zitto, oppure: Quello, comme parle sbaglie.

N  49     Si nu sti bbono, te faccio portà via da i’ spione
Se non ti comporti bene, ti faccio portar via dallo Spione.

A Vignanello, e da quel che ne so soltanto da noi, esiste questo strano personaggio e non soltanto nel suo nome. Da sempre è stato lo spauracchio di generazioni di bambini, anche se pochi anni fa se ne era quasi persa la memoria. Potremmo azzardare, si è soliti dire, ma senza elementi certi, che potrebbe essere considerato il corrispettivo della Befana, toh, quasi il suo marito! Però è certo che quando girava per le case dei nostri vicoli, ora gira di meno, ai tempi in cui io ero bambino, faceva tremare con il suo modo di porsi i piccoli, compresi anche quelli già abbastanza grandi che ormai non credevano più alla Befana.

N.  50    ‘Na madre è bbona pe’ cento figli, cento figli nun so bboni pe’ ‘na madre.
Una madre può accudire ed allevare cento figli, mentre cento figli non trovano, a volte, il tempo e l’amore per accudire adeguatamente ad una mamma quando lei non è più autosufficiente.

E’ purtroppo una evenienza che a volte si verifica e conferma il detto paesano.

N.  51    ‘Na bbotta e ‘na ntenta.
Una botta, nel nostro dialetto, significa un colpo dato con qualche arnese, con una mano o con un piede; ‘na ntenta è l’azione di intingere qualcosa in un liquido, in un intingolo o in qualcosa di molle.

Non conoscevo questo detto e non mi viene alla mente alcun paragone valido per renderlo comprensibile. Forse potrebbe andar bene: compiere delle azioni molto, molto in fretta.

N.  52    Dagli che te ridagli, doppo ‘e cipolle vengono ll’agli
Continuando sempre a compiere la stessa azione, di poco cambia il risultato ottenuto, come non c’è quasi alcuna differenza tra le cipolle e gli agli.

Il detto viene spesso usato per definire una situazione continuamente ripetitiva, sia nel parlare che nel compiere un gesto o un certo lavoro.

N.  53    Fioriranno ‘ste szucche ?
Fioriranno queste zucche ?

E’ una domanda come tante altre che ci poniamo quando è ormai da tempo che ci troviamo impelagati in un’impresa dal risultato che è lontano a venire e per giunta anche molto incerto. Allora, nell’incertezza, magari ci diciamo: “Se son rose… fioriranno”.

N.  54    I bbroccoli e i predicatori, doppo Pasqua ‘n so più bboni.
I broccoli, passata la Pasqua, non sono più buoni da mangiare perché fioriscono, mentre anche i predicatori dopo le celebrazioni e le prediche fatte durante la Settimana Santa, hanno esaurito il loro compito primario, almeno per qualche tempo.

In altre parole e senza scomodare tanti paragoni potremmo dire: ogni cosa a suo tempo.

N.  55    Que’ ce vonno dà ad intenne che Cristo è morto de freddo.
Questi vogliono darci ad intendere che Gesù Cristo è morto di freddo.

Tale espressione viene declamata da qualcuno al quale si vuol dare a bere qualche notizia o affermazione spacciata per oro colato o per una verità inconfutabile, quando è notorio l’esatto contrario.

N.  56    Que’ è ‘a fora ‘e i’ zzio, quanno nun c’è esso ce so io.
Questa è la campagna di mio zio, quando non c’è lui, comando io.

E’ l’affermazione di un nipote un po’ spaccone che si sostituisce al padrone, anche se è suo zio, che forse è anche un po’ tollerante nei confronti delle sue smargiassate, però, in quanto a lasciarlo dichiararsi padrone, penso che ce ne corra un bel po’.

N.  57    Meglio que’ che un cagge d’ ‘e palle.
E’ un uomo che parla, ed è tutto dire: ricevere un calcio in mezzo alle gambe.

E’ evidentemente una esagerazione, perché ciò che è accaduto a chi parla, pure se sarà brutta cosa, forse non sarà tanto dolorosa, almeno dal punto di vista fisico, tanto da essere messa a confronto alla prima affermazione.

N.  58    Roma, che è Roma, l’hanno fatta un sasso pe’ vorda.
Roma che è quella che tutti ben conosciamo, è nata dal nulla un po’ alla volta.

Roma che è Roma, come a dire che è una “cosa grande”, in tutti i sensi, è stata costruita, è diventata famosa ed importante con il passare del tempo, poco alla volta, quasi mattone dopo mattone. Una persona del nostro paese, che ho ben conosciuto, quando parlava della proprietà che si era fatta, quasi dal nulla, soleva dire: “l’ho fatta mollichèlla a mollichèlla”.

N.  59    ‘A predica più bella è dà i’ bbon esempio.
La predica più bella che si possa fare agli altri, è quella di dar loro il nostro buon esempio con il nostro modo di agire, piuttosto che con i bei discorsi.

Molto spesso in tutti i campi, quelli che tengono bei discorsi, sono quelli che predicano bene ma razzolano male, smentendo così quanto sono andati predicando.

N.  60    Poretto me che son chjamato lupo, l’addri fanno i ddanni e io li pago.
Povero me che ho una brutta nomina, poiché mi vengono attribuite anche le malefatte degli altri.

E’ semplice e spesso vero il messaggio del detto: a chi ha una brutta fama, si attribuiscono spesso anche colpe non sue.

N.  61    Jèra i’ ttempo che se roncheno ‘e fae / e Biacio vette fo’ da ‘a soa / co’ ‘na pagnotta ‘e pane sott’i raccio./ Ma l’acqua lo ‘cchjappette llà pe’ strae ‘e fo’/ e se vétte a riparà rendo ‘na  ‘rotte./ I ttroni, i llampi, i ffurmini e ‘e saette / e nu rillo rendo a ‘rotte glié caette./ Subbito da ‘a ciccia Biacio penzette./ ‘Nu zzeppo pizzutette,/ i’ ffoco ‘ppiccette, /i’ ppane spacchette,/ i’ rillo cocette / e po’ lo magnette / ma glié se rimmicitette./ Poro Biacio comme ce rimanette!
La traduzione è d’obbligo.
Era il tempo in cui si andava in campagna a strappare dal terreno le piantine di fave perché ormai erano mature / e Biagio andò nella sua campagna / con una pagnotta di pane sotto il braccio. / Ma la pioggia lo colse per la strada di campagna / e si andò a riparare dentro una grotta. / Che tuoni, che lampi, che fulmini, che saette! / Mentre stava lì, gli cadde giù nella grotta un ghiro. / Subito alla carne da mangiare Biagio pensò. / Prese un bastone e gli fece la punta col coltello, / accese il fuoco, / spaccò la pagnotta di pane, / infilò il ghiro con il bastone appuntito, si mise a cuocerlo, quando gli parve cotto si accinse a mangiarlo / ma il ghiro gli si resuscitò. / Povero Biagio come ci rimase male!

Più che un detto, questa di Biacio, è una filastrocca un po’ buffa ed alquanto irreale, ma la abbiamo inserita più che altro perché ci propone un dialetto vignanellese di tempi molto lontani, un modo di esprimersi dei nostri antenati, ora del tutto scomparso e sconosciuto pressoché a tutti i Vignanellesi, anche ai più incalliti e anziani popolani.

N.  62    ‘A mmèrda, più la rimanèggi e più puzze.
Gli escrementi e, per estensione, tutte le cose dette, fatte e di cattivo gusto, più vengono movimentate e più se ne parla e peggio è. Più ci si scava dentro, più peggiorano ed emanano pessimo odore e cattivi sentimenti.

N.  63    Maria Madalena, com’è grossa la mia pena!
Maria Maddalena, tu nemmeno ti rendi conto di quanto sia grande la sofferenza che ho nel mio cuore!

Evidentemente chi parla ha una preoccupazione talmente grande che non riesce nemmeno a parlarne esternandola persino a chi le sta vicino , in tutti i sensi.

N.  64    Sa’ ‘cazzo tu du dorme ‘l lepre.
Tu non sai, nemmeno lontanamente dove la lepre dorme ed ha la cuccia.

La lepre non c’entra affatto, è soltanto un modo come un altro per dire a qualcuno, un po’ sprovveduto ed ingenuo, che non conosce minimamente come vanno le cose nel mondo o come ci si comporta in certe circostanze particolari.

N.  65    Chi ‘a gente vole caccià, piglie ‘a scopa e se mette a scopà.
Chi si vuol liberare di qualcuno che sta in casa sua, si mette a scopare il pavimento.

Secondo un certo modo di pensare paesano, sembra che quando si sta in casa di qualche persona alla quale la nostra presenza non è gradita, quella prende la scopa e si mette a spazzare il pavimento, per significare all’intruso che ha ben altro da fare che starlo a sentire.

N.  66    Si nun te levi, te scinico comme un fiasco.
Se non ti togli dai piedi, ti spezzo come accade quando si rompe un fiasco con tutto il suo rivestimento di paglia.

E’ un modo un po’ insolito per invitare qualcuno a togliersi dai piedi, altrimenti ciò che gli può capitare potrebbe essere una brutta disavventura. Il verbo “scinicare“, nel dialetto vignanellese significa rompere, spezzare in piccole parti un pezzo di legno o altro materiale molto fragile.

N.  67    Chi ci ha tanti quatrini sempre conta, chi ci ha la moglie bella sempre canta.
Chi è molto ricco pensa sempre ai suoi averi e sta sempre a contarli, chi ha la moglie bella, pensando a lei, è sempre allegro e canta.

E’ finalmente un detto che mette in campo due termini di paragone, questa volta, entrambi positivi ed allegri: il ricco che gode e vive per i suoi denari ed un marito felice di avere una bella moglie.

N.  68    Si’ comme ‘a castagna, bella de fora, drento co’ ‘a magagna.
Sei come una castagna, bella all’esterno ma guasta all’interno.

Potremmo, senza tanti giri di parole, paragonare il detto ad un altro paio, diversi nelle parole ma contenenti lo stesso messaggio e conosciuti da tutti, “Spesso l’apparenza inganna” ed un altro che ci dice “L’abito non fa il monaco”.

N.  69    Trenta dì, ventotto miglia, gran coglion chi se la piglia.
In trenta giorni, chi parla, ha percorso ventotto miglia:

Non è un gran tragitto, ma lui non se la prende affatto per lo scarso suo camminare, anzi, tira a campare contento.

N.  70    Tribbolemo comme l’eneli.
Soffriamo come gli enéli, o, come io li conosco in dialetto vignanellese, gli enici. Comunque entrambi indicavano le uova dei pidocchi: le lendini.

Questi parassiti del cuoio capelluto, ora quasi del tutto scomparsi, anni fa al tempo in cui nacquero tanti proverbi, dei quali ci dilettiamo, erano molto diffusi. Davano molto prurito e chi sfortunatamente li aveva come ospiti sulla testa, soffrendone, non li lasciava mai in pace, né di giorno né di notte, grattandosi in continuazione. Le mamme e le nonne, pettinavano le loro povere creature con il cosiddetto, ed immancabile in tutte le case, pettine fitto, poiché aveva i denti molto sottili e vicinissimi che riuscivano a staccare dai capelli molte lendini. Queste erano dei piccoli ovuli, poco più che microscopici tuttavia ben visibili anche ad occhio nudo da persona esperta ed attenta come una mamma. Dove il pettine non arrivava, entravano in azione, ancora le genitrici, che andavano a lungo spidocchiando la testa dei piccoli, spiaccicando tra le unghie dei loro due pollici le minuscole uova, appunto l’enéli o l’énici o, più propriamente, le lèndini, che naturalmente di questa caccia spietata ne erano l’oggetto e ne soffrivano.

N.  71    Che t’ha leccato ‘a vacca éh!
Forse ti ha leccato i capelli una vacca con la sua larga lingua?

Tanti anni fa gli uomini si pettinavano “alla Mascagna”, moda probabilmente lanciata dal musicista Pietro Mascagni. Tale pettinatura consisteva nel tenere i capelli abbastanza lunghi, ravviati all’indietro e tenuti aderenti, quasi appiccicati alla testa, con l’aiuto di brillantina o altre sostanze. Pertanto le teste degli uomini e dei giovani, alla moda, erano lisce e lucide proprio come se fossero state letteralmente leccate dalla lingua larga ed umida di una mucca. Però a volte il detto era usato anche per apostrofare, scherzosamente, qualcuno che si presentava con tutta la sua persona perfettamente a puntino, con una precisione eccessiva e troppo ricercata.

N.  72    Una prece, fu Lucchesi.
Una preghiera. Lucchesi è morto.

Pare che il “fu Lucchesi”, sia un’esternazione che fece il nostro ben amato don Luigi Calvanelli, quando morì Giacinto Lucchesi, il nostro ultimo campanaro. Egli sapeva fare con le campane, veramente, tutte le cantate, o meglio , tanto per restare in tema: tutte le sonate: a festa, a gloria, a distesa, a martello, l’angonia, a morto, a portà su i’ mmorto, l’Ave Mmaria, l’ora ‘e notte, a bongiorno, a vint’ora, a mezzogiorno, ‘a campanella ‘e a scola, l’elevazione, ‘a campanella ‘e ‘a novena ‘e Natale,  ‘a campanella ‘e i’ triduo ‘e i mmorti, ‘a campanella ‘e ‘a drottinella ed altre sonate che ora non ricordo. Era insomma lui che, nel bene e nel male, informava e regolava la vita del paese col suo suonar le campane. Era quindi una persona importante. Pur tuttavia quando andò tra i più, sulla sua carta ‘e i’ mmorto, come si chiamava allora il manifesto funebre, c’era scritto, come ancora oggi, “UNA PRECE”. Un modo che inequivocabilmente vuole significare a chi resta, che: La vita continua.

N.  73    Se so’ vennuti pure i’ ccibborio.
Si sono venduto pure il ciborio.

Tale espressione era riferita a persone che godendo e sperperando, avevano venduto tutti i loro averi, financo le cose più care e quasi sacre, come lo è, per i fedeli osservanti e praticanti, il ciborio che contiene le ostie consacrate.

N.  74    Stavorda ‘emo fatto carambola e piroli.
Questa volta abbiamo proprio fatto carambola e birilli.

Questa è un’espressione che nel gergo del gioco a bigliardo significa: aver ottenuto il massimo risultato o punteggio con un solo tiro, avendo colpito il pallino(facendo carambola) ed avendo abbattuto tutti i birilli (filotto e piroli). Però, mentre nel gioco significa una eventualità molto positiva e bella, nel nostro caso, viene adoperato nel senso contrario, per significare di aver ottenuto, con un comportamento sbagliato o in un lavoro o negli affari, il peggior risultato ottenibile ed auspicabile: quasi un fallimento.

N.  75    Pasquarella Epifania, tutte ‘e feste porte via; risponne Sammiacio e Santa Maria, piano, piano, ecco ‘a mia!
Un detto nazionale dice soltanto: L’Epifania tutte le feste si porta via. Ma noi, fedeli a San Biagio ed alla Madonna, ci abbiamo aggiunto il resto.

N.  76    Pozzi fa’ l’urdima
Possa essere la tua ultima… (ora o l’ultima tua malefatta prima della fine).

Non è un buon augurio, molto chiaramente, indirizzato ad un tale che, evidentemente, non gode di buona fama, ma si accinge tuttavia a compiere una delle “sue”.

N.  77    Paro, paro: dispero in mano.
Pari, pari: dispari in mano

Questo detto è un altro tra quelli che, quando capita una certa situazione nel giocare a carte, cade a proposito. Veniva pronunciato quando una “mano”, nel gioco “a scopa”, era quasi giunta al termine ed ogni giocatore doveva mettere in tavola le sue ultime tre carte. Quello che lo pronunciava era il giocatore più esperto e perciò in grado di sapere, tramite dei calcoli fatti ricordando tutte le carte già giocate, quali carte aveva il suo avversario in mano. Di solito non si sbagliava, quindi aveva quasi tutte le possibilità di avere partita vinta. Era come dire al termine della partita: ormai il gioco è fatto. Per estensione, si dice anche quando la conclusione di una certa situazione , bella o brutta, è sotto gli occhi di tutti, in maniera abbastanza evidente.

N.  78    Ma un cristiano, nun po’ esse’ padrone de pulisse i’ cculo co’ ‘na rivorverata éh?
Ma è possibile che una persona non possa essere padrona di agire o di fare a modo suo, come compiere un gesto molto privato e personale, nel modo che egli ritiene più giusto, anche se inusuale?

Era questa l’espressione, papale papale, di un cliente del Caffè Rocchjetto, quando giocando a carte, faceva certe giocate che non erano condivise da alcuni clienti-spettatori che stavano alle sue spalle e che pertanto lo criticavano, volendogli significare che aveva sbagliato. In sostanza rivendicava a sé, solo e soltanto, anche se in un modo abbastanza inusuale e colorito, il modo di gestire la partita e di giocare le carte che aveva in mano: Ognuno è padrone delle sue azioni.

N.  79    Tu la sa’ lunga ma nu la sa’ riccontà.
Tu hai un bel modo di dire le cose, hai una bella parlantina, ma non mi convinci.

E’ l’espressione di qualcuno che ha mangiato la foglia , come si suol dire da noi, per cui chi vuol convincerlo in qualche modo a dargli retta, pur argomentando bene, non è credibile.

N.  80    L’ha fatte più quello che Carlo in Francia.
Ha avuto più esperienze di vita quella persona che re Carlo in Francia.

Il riferimento è a Carlo Magno (742-814). E’ un modo come un altro per dire che la persona a cui è indirizzato il detto, ne ha combinate di tutti i colori: di normali, di belle, ma, sicuramente di più, anche di brutte.

N.  81    Giri più tu che i ccani ‘e i mmacellari.
Giri più tu dei cani che fanno il giro delle macellerie per racimolare qualche osso da rosicchiare.

E’ sicuramente una espressione di non molta stima riferita ad una persona che sta sempre in giro in cerca di esperienze ed avventure sempre diverse.

N.  82    E’ tutto un Cristo e un Padernostro.
Stiamo parlando dello stesso Cristo e dello stesso Padre Nostro.

Chi lo dice vuol significare al suo interlocutore che si sta sforzando da tempo a proporgli o dirgli qualcosa come se fosse una novità, invece è tale e quale a ciò che gli aveva già detto o proposto molte altre volte, anche se con altre parole o motivazioni.

N.  83    So’ tutto ‘ntuso comme u’ mmago ‘e mella.
Sono tutto contuso come una mela che è stata sbattuta di qua e di là.

E’ lo sfogo, un po’ colorito, di qualcuno che, per un lavoro o altro impegno che lo ha impegnato intensamente, si sente, e non solo fisicamente, stanco, spossato e malridotto, proprio come una mela contusa ed ammaccata in più parti.

N.  84    Te do nu stiaffo e te faccio diventà comme Simone.
Ti do uno schiaffo da farti diventare come Simone.

E’ certamente una espressione non proprio gentile e bene augurante, per far capire a qualcuno un po’ fastidioso, che se non la smette di disturbare, gli verrà dato un ceffone talmente forte da farlo diventare come un uomo che era, un po’ bonariamente, lo zimbello degli altri.

N.  85    Quello è secco comme nu chjù.
Quell’uomo è magro come un chjù.

Chjù è il nome con il quale a Vignanello si è soliti chiamare l’assiolo, un uccello rapace notturno, molto simile alla civetta, che vive nelle nostre campagne. Pur non essendo una preda prelibata dal punto di vista gastronomico, anni fa alcuni bracconieri gli davano la caccia. Proprio a detta di questi, destava meraviglia la sua magrezza, una volta messo nel tegame per la cottura, più che altro se confrontata con il suo aspetto da vivo, poiché, tutto ben ricoperto da penne e piume molto vaporose, appariva molto più grande.

N.  86    Ma va’ a sole d’i pprato ‘a Valle!
Ma vai a prendere il sole giù alla Valle!

Lo si diceva a qualche persona che importunava il prossimo in continuazione e, quando non se ne poteva più, la si invitava senza tanti complimenti a recarsi alla ben nota, per noi Vignanellesi, Valle, a prendere il sole, l’equivalente del più classico: vai a quel paese.

N.  87    Chi magne magne, ma ‘e beute hanno da esse’ pare.
Se qualcuno mangia più degli altri, poco importa, ma le bevute, di vino, debbono essere pari.

Il detto veniva ben scandito da qualcuno degli amici di merende, prima di iniziare, quando si andava a fare le cantinate tra compagni. Il senso è chiaro: in cantina più che il mangiare, era più ambìto il vino perché era quello più prezioso, prodotto per essere, almeno la maggior parte, venduto per il sostentamento delle famiglie. Per cui: patti chiari! Non ci doveva essere nessuno che ne bevesse più degli altri.

N.  88    Stemio fitti comme i ccapelli d’i’ ccapo.
Stavamo stretti, vicini ed assiepati come lo sono i capelli sulla testa.

Chi parla nel detto, fa riferimento ad una situazione in cui si è trovato insieme a tante altre persone e c’era un tale affollamento ed una ressa, che si stava gli uni a contatto con gli altri proprio come stanno vicini i capelli sulla testa di una persona.

N.  89    Quanno vène ‘a sera, ‘gni carogna piglie vela.
Quando sta per concludersi una giornata, anche il più fiacco lavoratore acquista più lena e dà il meglio di sé.

Il detto fa riferimento, come tanti altri, ai lavori di un tempo e che si facevano in campagna, tutti a mano. Mette in evidenza l’attitudine o l’abitudine di qualcuno che pur non essendo un gran lavoratore, riusciva a dare il meglio di sé proprio quando ormai la giornata era al termine e avvicinandosi il momento di andare a casa, dava fondo alle sue residue energie e concludeva in bellezza la giornata con un ritmo che nelle ore precedenti non aveva mai tenuto.

N.  90    Co’ ‘a pizza ‘e pulente, ce ‘mmollemo pure i’ ppane.
Insieme alla pizza di polenta, mettiamo in ammollo anche il pane.

Anni fa un pasto molto in voga e molto comune era ‘a zsuppa, cioè il pane o altro alimento simile, come la pizza di polenta, inzuppato in acqua, vino, brodo, minestra o legumi lessati. Spesso il pane o altri alimenti diventavano duri ed allora pur di non “sprecarli”, si mangiavano dopo averli tenuti un po’ in ammollo. Specialmente dopo una settimana dalla giornata di cottura, soprattutto in estate, spesso il pane diventava duro ed immangiabile ai più della famiglia. Allora la mamma programmava, ma non sempre soltanto come ripiego forzato, anche a seconda della stagione, per un pasto: ‘a panzanèlla, l’acqua cotta, i’ ppansanto, i’ ppane mollo da i ffacioli, i’ ppane mollo co’ i’ merluzzo , i’ ppane ‘mmollato da i’ bbrodo fatto co’ ‘na merla ‘mmazzata a caccia.

Tutti piatti che riscuotevano molti consensi ed erano particolarmente ben accetti ai più anziani, i quali spesso avevano numerosissime assenze nelle loro arcate dentarie.

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Ed anche per quest’anno abbiamo finito con i commenti e le traduzioni delle nostre parole dialettali più astruse e ormai fuori dal linguaggio di tutti i giorni della maggior parte di tutti noi che, nonostante tutto ancora ci sentiamo Vignanellesi. Spero soltanto di non essere stato un po’ troppo prolisso e di essere stato abbastanza chiaro e comprensibile.

Arrivederci al prossimo 26  Dicembre.

Lillo